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Verificato che i fratelli avevano scarsa attitudine a proseguire l’occupazione paterna nel condurre il fondo agricolo avuto in eredità e che, per contro, manifestavano una grande passione per la meccanica, la madre decise di vendere buona parte dei terreni e di investire il ricavato per l’acquisto di alcune macchine utensili, realizzando una piccola officina nel fabbricato agricolo annesso all’abitazione. Teresa Boni Benelli, tuttavia, trovò una nuova sistemazione che consentì di riprendere l’attività. Giuseppe e Giovanni, un motore tutto loro con il quale equipaggiare una motocicletta. Nel 1930 la Benelli aveva più di 1000 operai. Campione del Mondo nello stesso anno. La supremazia tecnologica della Benelli nei confronti delle altre case motociclistiche italiane si basava sulla distribuzione a “cascata” d’ingranaggi con albero a camme in testa.

Soluzione che, anche se non era una novità assoluta in campo motoristico, divenne ben presto il “marchio di fabbrica” della casa di Pesaro. Il tutto però non era fissato rigidamente alla testa del motore, ma vincolato da due “colonnette” cilindriche poste in corrispondenza delle viti della testata e alloggiate su due fori ricavati nel castelletto. Soluzione che fu brevettata nel 1927 e che diede inizio al successo commerciale e sportivo della casa del “Leoncino”, protrattasi fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Durante il periodo bellico l’azienda si dedicò esclusivamente alla fornitura di mezzi di trasporto a due o tre ruote ad uso militare.

Al temine del conflitto gran parte delle attrezzature andarono disperse o danneggiate e furono necessari tre o quattro anni ed una tenacia non comune per recuperare e ripristinare i macchinari onde riavviare l’attività in un quadro di precarietà e miseria. In un primo tempo la Benelli si dedica al recupero e al ricondizionamento di moto e mezzi leggeri abbandonati dagli alleati a guerra terminata, riconvertendoli ad uso civile. Fonda a Pesaro la F. BBC, dalle iniziali degli artefici il progetto.